di Maestra Rosalba

sabato 11 agosto 2012

La secolare mentalità dell'attesa

I lavori estivi che uno studente può trovare qui sono pochi, nei bar che assumono personale estivo, nelle campagne per la raccolta dei pomodori, ma non ci va più nessuno, nelle spiaggie nelle periodo a cavallo tra luglio e agosto. Fino allo scorso anno i bagnini in servizio nelle spiagge qui intorno erano due, da quest'anno è ridotto ad una sola persona. E' così che nelle diverse spiagge della Costa Verde si aggirano questi ragazzi, che un po' controllano e un po' cercano di scambiare due parole perchè stare soli tutto il giorno in mezzo alla folla non dev'essere una cosa gradevole.
In questo modo abbiamo conosciuto Giorgio, o meglio lo hanno conosciuto delle mie giovani amiche che sono andate a giocare nelle onde del mare leggermente mosso, una di loro è inciampata nei sassi e così dopo un po' ce lo siamo visto arrivare sotto l'ombrellone a chiedere come stava l'infortunata.
Noi stavamo facendo merenda così gli abbiamo offerto qualcosa, ma lui ha rifiutato dicendo che non poteva mangiarre, un rifiuto poco convinto che si è piegato al secondo invito. Una parola via l'altra è abbiamo scoperto che i gentiori sono nati a due passi da casa nostra e che le nostre vite, come spesso accade, si erano intrecciate ben prima di questo pomeriggio di agosto.
Come in tutti i discorsi da spiaggia e da bar si è passati alle domande di rito sul cosa fai, studi, di cosa ti occupi. 
Questo ragazzo dalla carnagione scurita dal sole e dai brillanti occhi verdi ha detto candidamente di aver finito da qulche anno le superiori conseguendo un diploma alle Industriali e di non aver proseguito per mancanza di voglia. Allora qualcuno gli ha chiesto cosa avrebbe fatto dopo il lavoro estivo e che progetti aveva, se ne aveva. Con fare disincantato ha detto di non sapere proprio cosa sarebbe accaduto di lì a breve, che forse sarebbe potuto andare a Firenze ad aprirsi un bar o forse sarebbe restato qui a cercare qualcosa, ma che non lo sapeva, che proprio non aveva un'idea e che qualcosa avrebbe fatto, forse. 
Ha parlato con una voce argentina lo sguardo limpido e bello quasi trasognato. Io ho sollevato lo sguardo dalla mia lettura e ho compinciato a guardarlo meglio questo ragazzo dalla voce allegra con un ipotetico futuro da barman. Chiedendomi come si fa a ventitrè anni a non avere un progetto serio in tasca, a viaggare in questa vita senza una bussola, una traccia d'idea che traghetti verso il futuro.
Mi sono tornate alla mente le parole di un altro ragazzo poco più grande, che abbandonata la facoltà di Giurisprudenza che non aveeva scelto ma che faceva con profitto, ha dichiarato di non sapere cosa fare della sua vita.
Io di fronte a questo spreco di talenti, di fronte a questa resa quasi fisica, provo un senso di smarrimento e una forte rabbia. E non voglio indagare le statistiche e sapere se sono in tanti o in pochi a pensarla così, perchè anche solo un giovane che si è perso scolasticamente prima e lavorativamente poi è già un costo altissimo per il mio modo di vedere.
E mi rendo conto che qui la mentalità dei perdenti mista alla sicurezza dell'ineluttabilità, si respira nell'aria fin dall'infanzia, si assume con il latte materno prima e con il latte vaccino poi, si respira mescolata all'ossigeno. Una parte di noi si consuma nella secolare idea dell'attesa, del qualcosa cambierà prima o poi, ma ad opera di altri. E in questa attesa si sono estinte vite intere ad aspettare. Vite sprecate alla ricerca di espedienti per tirare a campare. O tirare a campare con la pensione dell'anziano di casa. 

Non so se si può nell'arco di un tempo breve cambiare questo modo di pensare di vivere, o almeno scardinare un po'. Non possiamo eternamente, dichiararci vittime e buttarci via o consegnarci  mani, piedi e testa ad un'altra terra: se è pur vero che le giovani generazioni si sentono figlie del mondo, è anche vero che non possiamo sguarnire per intero questo angolo di mondo.
E allora, concludendo, c'è un'altra operazione di salvataggio che andrebbe fatta, oltre quella doverosa nelle nostre belle spiagge, il salvataggio delle risorse e non quelle del territorio, quelle della nostra testa.


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2 riflessioni:

Matteo ha detto...

Tu non hai idea di quanto faccia male quando questo atteggiamento lo ha tuo figlio. Vivere il paradosso dell'impotenza perché un sogno non te lo può dare qualcun'altro, per quanto ti voglia bene.

Rosalba il 14 agosto 2012 06:47 ha detto...

Si tratta Matteo di un argomento assai delicato, perché per quanto si provi fin da piccoli a far crescere i nostri figli mantenendo alta la volontà di fare meglio e di affermarsi, in questo clima non sempre ciò basta, non è d'aiuto il clima generale che si respira anche sul web ad esempio: una presunta aria di ribellione mista a rassegnazione. In questi casi occorre essere piuttosto martellanti e non arrendersi, anche se non è facile

 

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