di Maestra Rosalba

sabato 17 marzo 2012

La sfuriata di pancia

In classe quarta di scuola Primaria lo studio dei verbi, la conoscenza e la differenziazione dei modi e dei tempi deve diventare fatto consolidato. Partendo dal modo indicativo di essere e avere in classe terza, in quarta è necessario affrontare queste conoscenze in modo sistematico, ciò implica non solo un tempo adeguato di esercitazione a scuola, ma anche un congruo tempo di studio a casa. 
Studio che serve a cominciare seriamente a pensare ai futuri anni di scuola.
Per quel che riguarda i verbi, ciò che aiuta non è tanto lo studio a memoria, ma cercare di capire come si formano i tempi, a cosa servono, riconoscere tempi semplici e tempi composti. 

Dopo un lungo periodo di rodaggio, mappe ed esercizi, anche per noi è arrivata l'ora di interrogare i verbi. Non sono operazioni che faccio volentieri, so già che a scavare un poco scoprirò alunni per cui l'apertura del libro e del quaderno dove scriviamo, anche con le mappe, tutto ciò che dobbiamo per forza imparare, è un evento raro. Ma non perché non piaccia imparare, anzi, ma perché l'attività di consolidamento è ritenuta noiosa e se non vi sono costretti dalla presenza di un adulto, essi rimandano ad oltranza, fino allo sfinimento, e perché pensano pure che una rilettura veloce del libro sia sufficiente. Ne abbiamo parlato altre volte di questo problema. Esso è comune a tutte le classi: la presenza della fascia di alunni con buone capacità che non affrontano lo studio. 

Credo che chi mi segue da tempo abbia ben compreso che la spinta più grossa per me  in questo delicato lavoro che è fare la maestra di scuola Primaria è la passione. La passione prende molte forme, a volte è tenerezza sconfinata, empatia, pazienza, attesa, tolleranza, indulgenza...
Altre volte la passione è rabbia, frustrazione, disappunto. Rabbia e disappunto che esplodono improvvisi di fronte alla constatazione che in troppi rimandano ai loro doveri (sì perchè anche i bambini hanno i loro doveri e lo studio è uno di quelli) procurandosi danno da soli.

Ed è così che qualche giorno fa mi sono molto arrabbiata, ma molto davvero, certo non alzando la voce, perchè quello è il più raro degli eventi che mi possa capitare, ma una vera e proprio sfuriata di pancia dettata dalla delusione per l'ulteriore tempo concesso a fronte di un magrissimo risultato, che coinvolge sempre gli stessi bambini, che mi impone di fare per altri valutazioni negative che non vorrei fare. Una richiesta di restituzione a fronte dell'impegno continuo che metto nel cercare tutti i modi possibili per farli imparare.
Ho parlato per circa dieci minuti di getto. Tant'è che ho suscitato perfino la preoccupazione di qualche genitore, oltreché di qualche alunno. Ho dovuto  rassicurare, spiegare e ricucire. 
Succede. Succede quando si ha a cuore il destino scolastico dei bambini, questo vorrei che lo si capisse non solo per me, ma per tutti gli insegnanti che perdono la pazienza in simili situazioni. 

Ieri, come da accordi precedenti, ho interrogato i verbi, non a memoria ma chiedendo di riconoscerli e di spiegare come si formano i tempi composti. E finalmente alcune mani si sono alzate, e finalmente alcune bocche hanno parlato, alcune in modo proprio fluido specificando e definendo correttamente. E finalmente ho messo bei voti (molto oltre la sufficienza) a tutta la classe e ciascuno è andato via disteso, con la sensazione di "portare a casa il risultato". Una sensazione di benessere al termine dell'ora ha pervaso tutti me compresa, la sensazione dell'innescarsi di un meccanismo più ampio del voler arrivare tutti al traguardo, sempre secondo le proprie capacità. E le cui origini stanno consapevolmente nella mia richiesta forte di restituzione.

Sul finire ho spiegato una cosa che tutti gli insegnanti sanno e che anche gli alunni dovrebbero sapere e ricordare. Quando un alunno non ha studiato, specialmente quando si è ancora piccoli, si vede dalla faccia. Perchè il volto del bambino che ha fatto la fatica di prepararsi, che ci ha provato è un volto sereno e fiducioso. Il volto del bambino che non studia il più delle volte è un volto teso e adombrato che tradisce una sorta di senso di colpa.
E allora, siccome il senso di colpa non è in effetti una bella cosa, anzi a me non piace proprio per nulla, pur sapendo che superandolo si arriva al senso del dovere, tanto vale almeno provare a fare le cose bene, poi se ci sono difficoltà i maestri e le maestre sono lì, apposta per trovare un modo per far imparare, se non tutto almeno una parte, a tutti i bambini. A volte anche arrabbiandosi moltissimo.

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venerdì 16 marzo 2012

Concorso Io l'ambiente lo salvo così...

Il concorso Io l'ambiente lo salvo così è promosso dalla Presidenza della Regione Sardegna e rientra tra le attività del Progetto “Smart-City – Comuni in classe A”, start-up del programma Sardegna CO2.0, volto ad affiancare e supportare le Comunità locali individuate attraverso una procedura di selezione pubblica (e definite “Comunità Pioniere”) nella pianificazione e realizzazione di una serie di interventi finalizzati alla riduzione delle emissioni di gas in atmosfera.

Il concorso è gestito da Sardegna Ricerche, l’ente che attua le politiche regionali per la ricerca e l’innovazione e a cui la Regione Sardegna ha affidato, nell’ambito del summenzionato progetto, la realizzazione delle attività di divulgazione scientifica rivolte alle scuole locali e finalizzate alla sensibilizzazione sui temi della sostenibilità ambientale, del risparmio energetico e del cambiamento climatico.
E' articolato in tre sezioni:
− Sezione Scuola Primaria.
− Sezione Scuola Secondaria di I grado.
− Sezione Scuola Secondaria di II grado.
La partecipazione può avvenire in forma individuale (singolo studente) o collettiva (per singola classe) inviando un elaborato, frutto della creatività e dell’inventiva degli studenti, sulle tematiche oggetto del concorso. Ai partecipanti viene riconosciuta la massima libertà nella scelta della tipologia di elaborato da produrre quali ad esempio:
− Filmati di esperimenti scientifici attuati anche con strumenti artigianali e facilmente replicabili, purché realizzati sotto la supervisione di un docente e nel pieno rispetto delle norme di sicurezza;
− Materiali didattici interdisciplinari e multimediali da pubblicare su web e fruibili gratuitamente; − Oggetti prodotti con materiali di riciclo;
− Kit dimostrativi o dispositivi alimentati da fonti energetiche rinnovabili;
− Plastici o diorami;
− Pannelli illustrativi, giochi da tavolo, opuscoli, fumetti, spot pubblicitari;
− Elaborati multimediali da produrre su supporto digitale (CD o DVD);
− Testi e ipertesti realizzati dagli studenti (studi, ricerche, manuali di buone pratiche, giornalini di classe, newsletter, ecc.), riguardanti i temi oggetto del concorso, incentrati sulle “buone pratiche” da adottare in famiglia e nelle scuole al fine di promuovere nuovi comportamenti orientati al risparmio energetico e proporre interventi concreti di sostenibilità tesi a contrastare eventuali inefficienze energetiche e un uso corretto delle risorse disponibili in tali ambiti;
− Cortometraggi (durata massima di 5 minuti) o documentari (durata massima di 10 minuti) riprodotti in formato digitale su DVD o CD.

Per partecipare al concorso è necessario compilare il modulo di adesione scaricabile dal sito di Sardegna Ricerche  e spedirlo via fax al numero 070.92432203 o all’indirizzo di posta elettronica concorsoscuole@sardegnaricerche.it entro il 30 marzo 2012. Gli elaborati prodotti dagli studenti, recanti la dicitura Concorso “IO L’AMBIENTE LO SALVO COSÌ…” dovranno pervenire, in plico chiuso, entro il 30 aprile 2012, all’indirizzo: Sardegna Ricerche, Loc. Piscinamanna, Edificio 2 ‐ 09010 Pula (CA).
Tutti i lavori dovranno riportare l’indicazione della classe che partecipa al concorso, l’istituto scolastico di appartenenza, il numero di studenti che compongono la classe e il nome del docente supervisore del progetto. Dovranno invece recare il nome dello studente e dell’istituto di provenienza se presentati da uno studente che partecipa singolarmente.
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giovedì 15 marzo 2012

Carnevale della matematica #47 su DropSea

Care lettrici e cari lettori c'è il carnevale della matematica di Marzo, il numero 47, uscito ieri su DropSea, manco a dirlo, nella giornata del Pi greco...

... giorno in cui si è scelto di festeggiare il pi greco, le cui prime tre cifre, 3.14, ricorrono proprio nella data odierna. Il π fa parte della famiglia di quei numeri che hanno fatto impazzire la premiata ditta dei pitagorici, i numeri irrazionali, ovvero quei numeri che non possono essere scritti come rapporto di due numeri reali. L'esistenza di questi numeri, si narra, venne tenuta nascosta il più a lungo possibile dalla setta, ma non servì a nulla, visto che siamo qui a parlarne. Possiamo definire il nostro π come il rapporto tra la lunghezza della circonferenza e il suo diametro, e nessuno di questi due numeri non sarà saranno mai contemporaneamente un intero interi, né esistono due interi che hanno rapporto π, come già scritto e come dimostrato nel 1761 da Johann Heinrich Lambert, mentre è di Ferdinand von Lindemann la dimostrazione (1882), che π è trascendentale, ovvero che non può essere ricavato usando le usuali operazioni algebriche, come ad esempio la radice quadrata o l'elevamento a potenza di un altro numero reale. (Continua la lettura su DropSea)

E come le feste che si rispettino tutti sono invitati a partecipare e leggere. Qualcuno penserà "Ma era ieri!" Sì è vero cari amici, ma quella del carnevale è una festa che dura a lungo, o almeno fino al prossimo Carnevale che si terrà ad Aprile su Maddmaths.
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mercoledì 14 marzo 2012

Festa per tutti

La pubblicazione della consueta filastrocca per la festa del papà di qualche tempo fa, ha generato un piccolo dibattito in rete sull'opportunità o meno di continuare a celebrare a scuola le feste quali quelle della mamma e del papà.
Prima che coi bambini e con il loro modo di fare, nella scuola Primaria occorre, e questo è ormai appurato, fare i conti con le situazioni di cui involontariamente sono portatori gli alunni. 
Certamente se un bambino potesse scegliere vorrebbe che i propri genitori stessero insieme il più a lungo possibile, questo almeno è ciò che emerge dai loro racconti. Ma così non è perché i disaccordi a volte o peggio ancora le malattie e la morte determinano divisioni non evitabili. 
Ed è così che in una classe, e accade con sempre maggiore frequenza, una parte dei bambini hanno genitori separati, che se è andata bene sono riusciti a costruire un clima comunque sereno pur nella difficoltà del cambiamento; se invece è andata male, agli occhi del bambino c'è solo il disaccordo completo e spesso il disorientamento. In altri casi, per fortuna più rari oggi, ma sicuramente più diffusi un tempo, i genitori possono essere addirittura deceduti. 

Che fare allora? Rinunciare a parlare di queste feste e in tal modo sacrificare anche chi vive situazioni cosiddette normali,  come suggerito da alcuni colleghi? Oppure affrontarli correndo il rischio, come suggerito da altri, cercando la mediazione e mettendo in conto di camminare su un terreno minato?

In mezzo a queste due scelte possibili ve n'è una terza, che probabilmente è perfino più in linea con il compito della scuola. E se è vero che non possiamo fare il consueto "lavoretto da portare a casa" o che dobbiamo comunque differenziare, perchè a casa un genitore che aspetta non c'è, possiamo far portare a casa le riflessioni, i dialoghi, le rassicurazioni che un bambino di scuola Primaria è in grado di accogliere sempre e comunque.
Perchè di fronte al far finta di nulla, e in questo la scuola è spesso maestra ahinoi, c'è sempre una terza via che è quella di cogliere ogni occasione, comprese anche le feste del papà e della mamma, per aprirsi al dialogo, per rispondere, se non del tutto almeno in parte, alle domande dei bambini.
E anche una poesia può essere occasione di riflessione per tutti, anche per i genitori che a volte perdendo di vista il bene primario del bambino lo espongono a lacerazioni e scelte inopportune, perchè, e ribadisco, un bambino se potesse scegliere vorrebbe entrambi i genitori vicino a sè.

Qualche anno fa, in una classe di bambini molto piccoli, in cui erano presenti figli di genitori separati di recente, si parlava, proprio in occasione della festa del papà, di bambini che fanno la spola tra un genitore e un altro. Non so come nacque l'argomento e non c'è mai altro motivo se non quello che sono proprio i bambini a sollecitarlo e a chiedere che se ne parli. 
Qualcuno chiese perché i genitori si separano. Io spiegai semplicemente che a volte l'amore tra il babbo e la mamma finisce. Rassicurai i bambini che prontamente obiettarono di non essere più voluti bene, comprendendo che la loro prima e principale preoccupazione è quella. 
A quel punto intervenne Paola, i cui genitori si erano divisi da soli pochi mesi, che disse "C'è stato un tempo in cui i miei genitori si sono voluti molto bene, lo so perché sopra l'armadio c'è un scatola, ci sono tutte le foto di quando erano felici e anch'io ero felice con loro. Ora tutto quello non esiste più. Non hanno trattato molto bene questa nostra felicità".
Mi si colmarono gli occhi di lacrime, le ricacciai indietro con forza, cercando di portare la bimba, che coi suoi occhioni riandava alle immagini di gioia di un tempo, così fresche e vive  nella sua memoria, a riflettere sul fatto che i genitori non si erano portati via il bene che le volevano, ma che a volte seppur in modo meno comprensibile, i genitori separati vogliono ancora più bene ai loro bambini.

Ecco credo che sia questo che a scuola possiamo cercare di far capire ai bambini quando le feste, ormai istituzionali, del papà e della mamma irrompono nella nostra routine didattica. E sono sempre prima di tutto un'occasione per aprire il cuore di tutti, per cercare di capire anche quando tutto sembra inspiegabile.
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lunedì 12 marzo 2012

Scoprire il Pi greco con i bambini

Del Pi greco se n'è già parlato qui.
Può rivelarsi utile alla scuola Primaria  e probabilmente anche alla Scuola Secondaria di Primo Grado rappresentare praticamente il Pi greco. Ricordiamo che Pi greco è alla base di moltissime formule scientifiche. Per noi è sufficiente ricordare l’area, la circonferenza del cerchio e il volume di una sfera.

Dimostrazione
Per prima cosa occorre prendere un metro da sarta, alcuni grossi coperchi di forma circolare, nello specifico vanno bene quelli dei barattoli di tempera murale, perché hanno il centro molto evidente e non dovremo successivamente cercare il centro del cerchio, meglio se sono di diverse dimensioni, per poter condurre la dimostrazione occorre avere almeno tre o quattro circonferenze diverse. 

A questo punto con il metro misuriamo la circonferenza, teniamo nota della misura, prendiamo ancora il metro e facendolo passare ben teso per il centro del coperchio, misuriamo il diametro, tante volte quanto la misura della circonferenza lo consente. Segniamo alla lavagna. Per ogni circonferenza sia grande sia piccola è possibile misurare tre volte e un po' il diametro.
Spieghiamo ora che il Pi greco non è altro che il numero che si ottiene dividendo la circonferenza di un cerchio per il suo diametro. 
Esso uguale per tutti i cerchi del mondo e viene chiamato costante, appunto perchè è un rapporto che  contraddistingue tutte le circonferenze e il relativo diametro, comunemente è indicato con 3,14.


[Aggiornamento] L'amica Giovanna di Matematicamedie  (vale pena farci un salto!) ha preparato una bella animazione, sulla falsariga di quella sopra proveniente da Wikipedia, basta cliccare sull'immagine sottostante per vederla in movimento.

Cenni storici
Questo numero fu già individuato fin dall'antichità dagli egiziani (collegamento con Storia di quarta primaria), anche se non è certo se scoprirono che fosse una costante. Essi lo utilizzarono come rapporto tra cerchio e quadrato probabilmente per misurare i terreni. La Bibbia stessa racconta, nell'antico testamento, pur se non in modo esplicito, che pi greco è uguale a tre.

Lo studio della misura del cerchio fu ripreso con rinnovato impegno nel quarto secolo a.C. dai greci. Il primo pensatore greco a tentare di trovare un rapporto definitivo fra un cerchio e un quadrato fu Anassagora di Clazomene (500-428 a.C.).

Un paio di secoli dopo, fu il siracusano Archimede (287- 212 a.C.) uno fra i massimi pensatori della storia, straordinario matematico, fisico e inventore a cercare di risolvere la questione. Egli affermò che "La circonferenza di ogni cerchio è tripla del diametro, più una parte minore di un settimo del diametro e maggiore di dieci settantunesimi”. Archimede sapeva di poter descrivere solo i limiti superiore e inferiore del rapporto, ma se si fa una media dei due valori si ottiene 3,1419, con un errore di meno di tre decimillesimi del valore reale. Per questo il Pi greco è conosciuto anche come costante di Archimede.

Successivamente, e a più riprese, molti studiosi hanno tentato di dare un'approssimazione sempre maggionre al Pi greco, per arrivare fino all'avvento delle calcolatrici che hanno consentito di definire  migliaia di decimali nel Pi greco.

Non esiste un'utilità pratica di tutte queste cifre basti sapere che per fare un calcolo abbastanza preciso, trentanove cifre di Pi greco sono sufficienti a calcolare la circonferenza di un cerchio che racchiuda l’intero universo noto, con un errore non superiore al raggio di un atomo di idrogeno.

Fonte
Wikipedia
Museo d'informatica e storia del calcolo
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sabato 10 marzo 2012

Come si faceva quando non c'erano le app

C'è stato un tempo, e c'è ancora in qualche luogo della terra, in cui non c'erano le app. App sta per applicazione,  una volta installata sullo smartphone, a metà tra un giochino e un programma, ci insegna a fare qualcosa o semplicemente a pianificare, calcolare, trovare e geolocalizzare.
Si sa che essere mamme ai tempi d'oggi è un mestiere difficile, caduta la rete di protezione della parentela, considerata spesso più un ingombro che un sostegno, dimenticata l'esistenza degli antichi rapporti di vicinato, giacché persino il saluto è merce rara, alla novella mamma tecnologicamente attrezzata non rimane che l'app. 
Cito a memoria sui vantaggi del suo utilizzo "la gestione di tempo reale tramite una bacheca, delle attività familiari che si svolgono in un dato momento", "la pianificazione della vita familiare secondo un calendario condiviso" e quando i figli crescono e vanno in giro, soli o con gli amici, "un sistema di check-in per essere informati sui loro spostamenti".

C'era un tempo in cui per ottimizzare la gestione familiare, la mamma, e anche il papà anche se in misura minore rispetto a oggi, impartivano una serie di incarichi: "tu fai i compiti, ricordati che manca il sale  e devi andare a comprarlo, la nonna necessita di un po' di pane pertanto quando rientri dalla pallavolo passi e glielo porti". Insomma, in casa si sapeva sempre chi faceva cosa e quando, chi doveva far cosa e quando. E quando non lo si sapeva, i genitori ti geolocalizzavano con un urlo dentro casa o in vicinato, e un veloce passaparola ti informava di correre a casa altrimenti sarebbero stati guai belli grossi. E se stavi lontano da casa la geolocalizzazione avveniva nel cuore, in fiduciosa attesa sperando che saresti tornato presto per cena. Nessun terrore di tragedie imminenti, ma solo una sonora sgridata se il tempo stabilito non veniva rispettato.
C'era un tempo in cui la pianificazione della vita familiare veniva condivisa a tavola la sera prima: chi preparerà la colazione, chi farà la spesa, chi riordinerà le camere, chi si occuperà di cucinare, anche se in realtà moltissime di queste cose le faceva la mamma, anche se lavorava. Un programma automatico a costo zero, soprattutto in presenza di molti più pargoli di quanti non ve ne siano oggi nelle famiglie, imponeva darsi delle regole, che flessibilmente variavano con l'età e con la crescita, con l'assunzione di nuovi compiti, la dispensa di altri, il principale restava comunque quello di badare allo studio.

C'era un tempo, e forse c'è ancora, in cui siamo cresciuti senza app e abbiamo ugualmente esercitato il difficilissimo mestiere di mamme (e genitori). Nessun software può rimediare alla nostra naturale incapacità di avere tutto sotto controllo, impossibilitati come siamo a stare in più luoghi o fare troppe cose contemporamente. Forse ci vorrebbe un'app per rallentare, o almeno io di questo sento il bisogno oggi, per riflettere e accettare che qualcosa possa sfuggire ai nostri occhi.

Come nel caso, del controllo parentale, certamente una forma necessaria di attenzione e cura, viene da chiedersi perchè debba trasformarsi in un'angoscia quotidiana del sapere "dove sei" "cosa fai", "stai bene?": di questo sono tanti i figli, perfino molto oltre la maggiore età, che se ne lamentano.

Organizzarsi, saper attendere, controllare hanno certamente un costo altissimo in dispendio di energie, ma con il vantaggio di continuare ad esercitare le app di cui anni di evoluzione hanno dotato il nostro cervello. Compresa l'app che permette la gestione dell'ansia nella lontananza dai figli, che a buon diritto rivendicano spazi personali di gestione del tempo e delle attività. Il giorno in cui esse smetteranno di funzionare non basterà un'app sullo smartphone a sostituirle. Perché nessun smartphone, benchè all'avanguardia potrà mai erogare la sensibilità, l'attenzione, la cura e perfino l'istinto richiesti dal ruolo di genitori. Sia mamme, sia padri.
In attesa di un'app per il ruolo del papà, data l'imminente festa, lascio la parola a voi lettori.
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venerdì 9 marzo 2012

Portale Il gomitolo

Il gomitolo è un portale per bambini e ragazzi che recensisce e presenta pagine sicure per la navigazione, una selezione siti strumenti per imparare, conosce e divertirsi. I curatori del sito Siamo Oreste Avagliano, Gabriele Favrin (ics), Giuseppe Pasanisi (Sisko), Maria Cristina Rosin (mobydik), Veronica Sciuto (fogny), don Nereo Tomasi (ziobarba) e Davide Zaggia (Digital), partendo dal principio che il futuro è dei bambini, ivi compreso il futuro nella rete, offrono uno spazio web sicuro per creare e condividere, scoprire e imparare e comunicare. Particolare attenzione è posta alla sicurezza in rete sia attraverso il controllo dei siti linkati sia tramite l'offerta di strumenti, quali la chat, rigorosamente controllati.
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sabato 3 marzo 2012

Costruttori di sogni

Cinque anni come ben sappiamo sono un tempo lungo, addirittura si possono definire con una sola parola, lustro. In cinque anni avvengono nella vita di un bambino cambiamenti sostanziali, fino a renderlo quasi altro da ciò che era inizialmente.
E' stato durante la seconda che mi è venuta l'idea di contemplare con i bambini la possibilità di portarli a Firenze. Ogni tanto capita mentre facciamo Italiano,  Storia o Geografia, di immaginare questo viaggio, io e loro. Mi ripetono le stesse domande, quanto tempo potremo stare via, dove dormiremo, con chi, dove mangeremo, su quale mezzo viaggeremo... Mi martellano ansiosi di sapere se riusciremo a realizzare questa idea. Mentre ne parlano si esaltano e i loro sguardi mi comunicano il grande desiderio di vivere davvero questo sogno. Mi rendo conto di aver fatto una promessa importante e mentre mi parlano, a volte anche in tre o quattro assieme fino al punto che non riesco a distinguere le singole frasi, io rassicuro me stessa sul fatto che questo sogno si possa effettivamente realizzare. Con qualche volo Low Cost, prenotando per tempo, sperando che il Dirigente e il Consiglio di Circolo ci autorizzino e che tutti i bambini possano permettersi la spesa di due giorni fuori casa.
Allora mi raccontano che sono disposti a usare i loro piccoli risparmi, ben custoditi nel salvadanaio (sì c'è ancora chi ha il salvadanaio) e io raccomando loro di conservare i soldi per tempo, di rinunciare ad altre cose meno  importanti, per rendere reale questo piccolo sogno.
Fra le tante strategie per tenere unito il gruppo classe, tenere salda la coesione ed arginare i piccoli (e a volte grandi) sfaldamenti che inevitabilmente la crescita e la formazione delle personalità nel gruppo porta con sè, c'è la strategia del "coltivare un sogno".
Coltivare un sogno significa assaporare qualcosa che deve avvenire, desiderarlo, accarezzarlo, anticipandone mentalmente gli eventi, significa dal punto di vista didattico fare emergere la capacità progettuale che è in ciascuno di noi.
Che è ben oltre l'obbiettivo della conclusione dei cinque anni e anzi fa parte della formazione per la vita, perchè ciò che si impara ora, ma anche i modi di essere e di pensare influenzeranno tutto ciò che verrà in seguito. Il sogno, insieme a ciò per il quale abbiamo alacremente lavorato, è un buon collante, la degna conclusione, una sorta di coronamento dell'essere stati insieme in questi anni.

E il nostro sogno da quel giorno in seconda, che fiorì lì tra le mura della nostra vecchia aula, ora sta diventando sempre più importante e adesso che manca molto meno di un anno per metterlo in pratica e già da tempo è iniziato il conto alla rovescia della fine di questi cinque anni, ora che siamo cresciuti tutti insieme, diventa sempre più concretamente possibile per tutti. Sento ora la responsabilità di trasformare questa promessa in un viaggio vero, visto che così ho sempre fatto, cercando di non mancare mai agli impegni presi, io penso che essere insegnanti credibili ha un peso enorme in aula. E avrà un peso anche dopo quando la scuola primaria sarà solo un ricordo.
Intanto esso sta rendendo i nostri legami più saldi, perché nulla rende più saldo il rapporto in una classe se non lavorare e adoperarsi per un comune sogno.
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