di Maestra Rosalba
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venerdì 14 novembre 2014

Il posto vicino alla maestra

Fin dallo scorso anno, cioè dalla prima, ho sistemato un banco con una sedia in modo da far sedere un alunno vicino a me. Si era verificato che un bambino fosse particolarmente vivace e avevo pensato di aiutarlo a conquistare un po' di autocontrollo e perfino di autostima, visto che sosteneva di continuo di non essere capace a far nulla, facendolo sedere accanto a me. La "cura" ha funzionato tant'è che dopo qualche tempo dall'inizio del nuovo anno gli ho proposto di andare a sedere con un compagno. Autostima riconquistata, ha smesso di essere tra gli ultimi a finire, convertito al desiderio di fare bene, non necessita più di aiuto da parte mia, solo ogni tanto viene a chiedermi sottovoce se sta andando bene e se sono contenta. Quindi è stato il turno di un altro alunno, che però ha risposto con molta riluttanza al mio invito. In realtà i miei non sono inviti a caso, si tratta di bambini che mal volentieri accettano il peer tutoring, anche perché sono molto bravi, ma hanno qualche difficoltà a organizzarsi nel lavoro autonomo, mettendoli vicino a me, che lavoro a stretto contatto di gomito con la lim e la lavagna di ardesia, riesco a intervenire più spesso suggerendo strategie, aiutando a impostare il lavoro e cercando di re iniettare fiducia nelle proprie risorse in modo da rimpinguare l'autostima e condurli all'autonomia operativa, in un meccanismo di rinforzo che quando funziona si autoalimenta. Riluttante e dubbioso il mio alunno ha finalmente acconsentito a stare vicino alla cattedra e già si vedono i primi risultati, più concentrazione, meno azioni di disturbo verso se stesso e verso gli altri, attività più produttive e più precise. Oggi gli ho quindi chiesto se vuole tornare al suo posto, giusto per tastare il terreno, anche perché è prematuro che torni tra i banchi, e mi ha detto che no, vicino alla cattedra si sta bene e per ora preferisce stare dov'è.
Così ho pensato a come cambiano le percezioni, stare vicino all'insegnante potrebbe sembrare una punizione o roba da "ultimo della classe", certe idee perdono di senso se si dimostra che sono solo preconcetti,  che in realtà sono i bisogni che contano. Anche di questo ai bambini tocca dare dimostrazione pratica: aiutarli a capire che non c'è nulla di male nel farsi aiutare.
Il banco di rotazione è una buona strategia non è necessario andare male a scuola per provarlo, certamente conta molto come viene usato e percepito. Per noi è diventato un luogo prezioso e tutti vorrebbero poterci stare.


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venerdì 10 ottobre 2014

Perdutamente innamorata

Non sono impazzita. Oggi vorrei dire sottovoce una cosa, un'emozione che ho provato così all'improvviso di fronte ai miei ventiquattro alunni di seconda e poi più tardi di fronte ai quindici alunni di prima, che ancora non sono una classe, non nel senso di gruppo, ma che presto lo diventeranno. Ebbene mi sono resa conto di essere profondamente e perdutamente innamorata dell'idea dell'insegnamento, di riuscire a fare cose  che rendono il tempo passato con i miei alunni "bello" e produttivo. Non conta la fatica, le energie per imporsi di fronte al loro tracimare non appena si allenta la corda, o almeno non conta più quando si è all'obiettivo: un testo fatto bene, una proficua chiacchierata, una nuova scoperta, un traguardo faticosamente raggiunto. E non c'è tempo per dormire sugli allori, dopo un traguardo ne serve un altro, dopo un nodo sciolto un altro si forma. Il nostro, quello dell'insegnamento, è un continuo dipanare matasse, di idee che si intrecciano a volte bene a volte disordinatamente, un cucire e un ricucire, smontare e rimontare, ma quando finalmente nella mente di un bambino l'idea si libera facendogli dire "ho capito", ecco viene da urlare di gioia insieme a lui.
Questa non è una dichiarazione romantica, noi dobbiamo voler bene e accudire senza essere romantici, ma puntando all'obiettivo di far crescere un bambino, mettendoci spesso la forza di volontà che lui si nega e che altri gli negano. Ecco perché a volte siamo così svuotati e così stanchi. Poi ci basta poco: un compito ben eseguito, un esercizio compreso e la vita torna a sorridere di speranza. Noi gioiamo dei successi e soffriamo degli insuccessi come se fossero nostri personali, ci arrabbiamo ed esultiamo, piangiamo e poi ridiamo a squarciagola. Così è la vita di un insegnante perdutamente innamorato di un'idea, impegnato a far vivere quell'idea negli alunni che imparano, e mentre loro imparano anche lui mette da parte un altro piccolo pezzo di esperienza da usare in futuro.


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martedì 9 settembre 2014

Alcune cose essenziali da ricordare per gestire correttamente la classe

Quando è che la scuola ha perso di credibilità? E' una domanda tosta, ma forse è azzardata. Quando è che alcuni, molti docenti, hanno perso di credibilità nell'esercizio del mestiere per cui sono pagati? Quando mossi dall'ansia di far contenti tutti, di piacere, abbiamo un po' tutti e in buona fede, interpretato e impartito regole in modo lasco. Il compito della scuola non è esclusivamente piacere,  ma costruire, mettere gli alunni in condizioni d'imparare. Certamente il fenomeno ha investito più scuole di altre. Ma ha trovato terreno fertile dove il gruppo docente ha agito uno contro l'altro: dove è nata l'estrema competizione è attecchita l'improvvisazione nelle regole. Non che le regole non siano definite, anche perché lo impone la legislazione, ma vengono bypassate nel tentativo di dimostrarsi accoglienti con l'utenza. Ma essere accoglienti non è essere meno rigidi, esserlo è esplicitare in modo chiaro come funzionano le cose, personalizzarle quando necessario.
Viene da dire che è un po' come la storia dell'uovo e la gallina, siamo diventati così poco professionali perché le regole non piacciono o non piacciono le regole perché non sono definite in modo omogeneo?

Comunque la si veda se si vuol sopravvivere alla scuola e nella scuola, oggi al contrario di ciò che potrebbe apparire, non rimane che tornare alla sicurezza delle regole, dettate con la necessaria elasticità al di fuori di rigidità che con i bambini e le persone in genere non va mai bene, proprio al fine di garantire la sicurezza di coloro che da noi dipendono, in primis appunto, gli alunni.

Nessuna paura allora di riprendere il controllo totale della situazione che riguarda le nostre classi, confortati dei regolamenti emanati in questi primi giorni di attività collegiali, e nessuna paura di ribadire che più le regole sono similari, e più di fanno rispettare, pur negli adattamenti locali, più l'istituzione eroga un buon servizio. Un esempio a caso tanto per rendere l'idea di cosa si parla: la gestione delle uscite personalizzate. Il fatto che esista una vera propria giungla nel gestirle non è sinonimo di rispetto dell'utenza, al contrario. Che debbano essere un numero limitato o commisurato a un bisogno, quindi sempre autorizzate con tanto di richiesta firmata dal genitore, dovrebbe essere una consuetudine diffusa, pur nel rispetto delle esigenze individuali: un bambino che deve recarsi per una terapia specialistica ne ha diritto, mentre il bambino che si assenta in maniera immotivata o anticipa l'uscita che diventa consuetudine perché al genitore vien comodo passare a prenderlo all'uscita da lavoro, e prima dell'orario consentito, non trova alcuna giustificazione. Nel secondo caso il no dev'essere bello chiaro senza paura di fare un torto a nessuno, anzi semmai a salvaguardia del diritto allo studio dell'alunno.

Le modalità di comunicazione delle procedure dev'essere chiara fin dal primo giorno di scuola:  tramite una riunione, per via di comunicazione scritta, vanno esplicitati i materiali richiesti, da subito va fornito un orario delle lezioni, il regolamento sugli ingressi e le uscite degli alunni, va definito chi si occupa di venirli a prendere, definite le autorizzazioni per gli alunni che fanno da soli il percorso casa scuola e viceversa, per quelli che utilizzano il pedibus. Nulla può essere lasciato al caso. I bambini devono possedere un quaderno/diario apposito dove scrivere e/o incollare le comunicazioni. Ad esempio è meglio lasciare i bambini senza compiti che dimenticare di dare un avviso per uno sciopero, il danno che ne può derivare è nel secondo caso molto maggiore.

Per quanto riguarda i rapporti con la famiglia evitare sempre di parlare in modo occasionale dei problemi degli alunni. Proporre semmai un incontro nelle sedi opportune e preferibilmente farlo con tutti i docenti della classe presenti. Non fermarsi mai all'uscita quando si è molto stanchi a discutere di quello che l'alunno ha appena fatto in classe. Smorzare sempre i toni e non agire mai d'impeto, ma valutare a mente fredda sia le cose da spiegare agli alunni sia quelle da dire ai genitori. Non chiedere mai l'aiuto dei genitori lasciando passare l'idea di non saper che "pesci pigliare", dopo aver arginato la situazione, proporre soluzioni concordate e condivise sempre e comunque, non far mai passare il messaggio che la scuola agisce d'autorità, se non nei casi in cui si deve tutelare la sicurezza anche fisica, ma semmai sollecitare il messaggio che l'esercizio  dell'autorità concordata di entrambe le istituzioni è una parte del patto educativo.

Presentare il lavoro che si farà in aula, senza apparire i mandrake o le wonder woman della situazione, ma porsi obiettivi realistici, senza fare la (purtroppo)  tristemente frequente lagna sulla mole di lavoro, non nascondersi le difficoltà ma mostrarsi ottimisti e padroni della situazione, lascereste voi i vostri figli a persone insicure che non hanno idea del percorso che si avviano a proporre? Un insegnante con un'esperienza quinquennale a grandi linee ha ben chiaro il ritmo di un anno scolastico.  Dire che si andrà al passo con il ritmo che imprimono i bambini è ciò che realmente facciamo tutti, quindi è giusto che venga esplicitato anche con i genitori.

Le comunicazioni meno formali, o ad esempio i compiti per gli assenti  si possono inviare anche via mail. Comunicazioni puntuali non solo segno di professionalità, ma anche di attenzione e premura verso le famiglie.

Essere premurosi nell'aiutare a rispettare le richieste della scuola e nel contempo gestire con flessibilità le esigenze individuali è segno di autorevolezza. Certo nella nostra strada incontreremo sempre il genitore che vuole "farlo strano" che cerca di distiguersi chiedendo l'impossibile, ed è dalla nostra capacità di gestire queste richieste che dipende il modo di essere visti anche da tutte le altre famiglie.



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venerdì 29 agosto 2014

Riforme, attese e rientri a scuola

Ormai non si rientra a scuola dalle vacanze estive, se non s'è fatta una riforma. Ne attendavamo una oggi, ma non tutto era pronto e perciò arriverà quando noi insegnanti ci saremo accomodati a scuola per cominciare a lavorare su questo nuovo anno. Intanto stamani Renzi annuncia da Twitter che "Le proposte sulla scuola saranno discusse dalle famiglie, studenti insegnanti per molti mesi :-)" Ci aggiunge anche una rassicurante faccina e io mi sento tranquilla. Do per scontato e per certo che nell'affermare che le famiglie, gli studenti e insegnanti discuteranno per molti mesi delle proposte per la scuola, lo faranno ciascuno per la propria competenza. Sembrerebbe superfluo ricordare che le tre componenti hanno a che fare con la scuola per motivi diversi e pertanto dovrebbero anche discutere aspetti diversi. 

La scuola dell'infanzia, la scuola primaria e la secondaria di primo grado, giusto per parlare di cose già fatte, hanno operato già dallo scorso anno con  le Nuove indicazioni, che si sono rivelate uno strumento più che adeguato, è anche giusto che i contenuti, considerata la fluidità della nostra società vengano adeguati spesso. Le note dolenti arrivano quando parliamo di riforma dell'organizzazione. Non è azzardato ricordare che finora essa si è tradotta in drastici tagli, che hanno comportato la riduzione del tempo scuola a tutto svantaggio delle famiglie, benché tante di esse se ne siano rallegrate, questo sì è argomento che dovrebbe riguardare da vicino le famiglie insieme alla qualità del servizio, che è bene ricordare si ottiene anche da insegnati e operatori retribuiti in modo dignitoso. Un retribuzione adeguata è anche il giusto incentivo a far sì che la scuola, da suo interno, torni a esercitare il suo ruolo di comunità educate e di esempio sociale, lontano da meccanismi rigidi del passato,  attenta ai bisogni individuali, alle differenze e orientata a offrire un tempo scuola di qualità, dove gli alunni e gli studenti, non solo impariro secondo le loro capcità, ma possano stare bene fisicamente e mentalmente. Banalmente si può ricordare che il contratto degli insegnanti è orami fermo otto (8) anni, una vita si può dire; come si possa chiedere a noi docenti, dopo la dipartita del fondo d'istituto, ancora dei sacrifici mi è impossibile immaginarlo.

Le riforme precedenti hanno sottratto risorse umane e materiali,  ora mi sembra incredibile che si continui a levare sangue a un moribondo, perciò  mi sento di sperare, auspicando di non andare incontro a delusioni,  che avvenga un riequilibrio, che si torni a parlare di tempo scuola adatto alle (giustamente) ambiziose Nuove Indicazioni, che si parli di funzione docente restituitendo il fondo d'istituto, di funzioni strumentali, che sono state un buon investimento nella maggior parte delle realtà, di formazione in servizio, si investa per stimolare la capacità di gestione delle classi di oggi, dei Bes,  e soprattutto s'investa nella didattica, dedicando ad essa, strumento principale e linfa vitale del fare scuola,  lo sforzo collettivo richiesto in questo momento. 
Non vedo cos'altro ci sia da riformare, e sinceramente ci vedo anche poco di cui dibattere, visto che ormai siamo alla mancanza dell'essenziale, onestamente, perciò mi siedo qui ad aspettare piena di speranza.

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martedì 1 aprile 2014

Pesce d'aprile

Stamattina prima di uscire ho pensato a un pesce d'aprile per i miei ventiquattro alunni di prima. Sono ingenui come molti alla loro età, sei, sette anni, ma non sprovveduti. Così dopo un'ora e mezza di lavoro sodo sono passata tra i banchi a scrivere il voto sui quaderni. Ho scritto bravissima/o e sotto ho messo un grosso zero. La prima bambina a cui l'ho scritto, lo ha guardato, ha guardato me, poi lo ha riguardato ancora, ha preso coraggio e mi ha detto: "Mi hai messo zero perché ho fatto zero errori!" Ho visto il mio scherzo naufragare, ho articolato un frettoloso "Eh?" facendo finta di non capire e ho sorvolato, continuando a seminare il bravissima/o lo zero ovunque. Si guardavano tra di loro, ma non proferivano verbo, mentre io imperterrita continuavo. Un bimbo fa alla sua compagna di banco "Secondo te quanto è?" e lei: "Per me è dieci" e lui accigliato: "Per me è zero". Ma nessuno che osasse dire nulla. Poi pian piano qualcuno ha mormorato "oggi è il primo aprile", ma ancora nessuno che mi dicesse "ci hai fatto uno scherzo". Ho chiesto di chiudere i quaderni e loro fiduciosamente li hanno chiusi. Tenerissimi bambini.
Allora ho chiesto di riaprirli e ho aggiunto l'uno a cui avevo lasciato spazio. Si sono messi a ridere dicendomi che l'avevano capito che era uno scherzo. A me rimane il dubbio che in fondo del voto, come sospettavo, non gli importa molto, che sono felici se lo prendono, ma sono altrettanto felici quando si sentono dire che sono bravi capaci e che s'impegnano, come faccio ogni giorno a fine attività.
E per un pesce d'aprile che riesca mi tocca aspettare il prossimo anno.
Intanto loro sono venuti mi hanno abbracciato e mi hanno incollato questo pesce alle spalle. Poi  abbiamo riso felici tutti insieme.


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mercoledì 26 febbraio 2014

Anticipo scolastico: un anno perso, non un anno guadagnato

E' tempo di iscrizioni, o meglio era tempo perché il termine scade fra due giorni. Ma c'è una questione
che merita di essere riaffrontata: quella degli anticipatari, cioè quegli alunni che essendo nati dopo il trentun dicembre dell'anno relativo agli obbligati, possono comunque essere iscritti alla scuola primaria.
E merita di essere affrontata per l'ennesima volta per almeno due ordini di motivi: di cui uno è il possesso delle abilità "relative" e l'altro è il possesso della necessaria maturità emotiva. Mi rendo conto che il tema è scottante, non è la prima volta che lo affrontiamo e mi rendo conto anche che chi dovrebbe leggere non leggerà, come a scuola i compiti si danno a tutti, ma proprio chi avrebbe bisogno di eseguirli con scrupolo spesso non li fa.
Certamente nessun appunto si può fare ai bambini che affrontano la scuola primaria da anticipatari, giacché la decisione è presa sul loro capo dalla famiglia, ma si può sperare che parlando agli adulti si rifletta  su questa scelta, consentita e incoraggiata dalla legge, ma che non valuta con lo scrupolo necessario proprio la ricaduta sui bambini.

Le abilità "relative"
Le abilità relative, dette anche prerequisiti, sono quelle azioni, anche non consapevoli o non del tutto, patrimonio delle capacità del bambino, che gli consentono di affrontare apprendimenti strutturati: un livello organizzato nella produzione grafica, il disegno, che deve essere assolutamente in linea con il livello degli obbligati per età, ma anche il controllo della mano, la capacità di essere un buon riproduttore di segni e tratti grafici, il controllo della postura corporea, un'adeguata capacità di logica e ragionamento. Ciò rientra nel "patrimonio" di certezze da portare come bagaglio alla scuola primaria, senza queste abilità affrontare il nuovo percorso scolastico è certamente dannoso.

La maturità emotiva
Accanto alle abilità "relative" è altresì necessaria, e condizione per l'ingresso a scuola è che entrambe siano presenti non basta la prima senza la seconda e viceversa, la maturità emotiva: un buon grado di consapevolezza che non è semplicemente far ripetere pedissequamente al bambino "io voglio andare alla scuola primaria", la capacità di reggere lo stress che il nuovo grado di scuola comporta, ciò tollerare la frustrazione di molte ore passate a fare cose che seppur divertenti e piacevoli richiedono la capacità di stare a lungo seduti, di ripetere azioni di routine e meccaniche inizialmente perfino poco gratificanti, capacità di tollerare gli insuccessi iniziali.

Per quanto l'età cronologica poco racconti delle abilità di un bambino è dopo i sei anni che comincia ad agire con quel senso del dovere che lo porta ad essere attivamente collaborativo nel suo percorso. I bambini anticipatari, fatta esclusione per una piccolissima percentuale, faticano il doppio proprio a causa di una globale immaturità emotiva, sono capaci, ma subiscono il peso del compito  che sottende gli apprendimenti scuola Primaria.
Ed è evidente che non sono i genitori a rendersi conto di ciò, ma gli insegnanti della scuola dell'infanzia che accanto alle abilità dovrebbero attentamente valutare il grado di maturità del bambino, e da qui scoraggiare percorsi che, sì possono andare bene, ma richiedono al bambino il doppio della fatica e la cui incognita rischia di rivelarsi più avanti nel tempo. Spesso sono quei bambini che a scuola si contengono, perché costretti, ma a casa diventano irrequieti e ingestibili.
Ecco perché affrontare un anticipo, potrebbe rivelarsi una sorta di boomerang, un anno guadagnato lo si potrebbe spendere in frustrazione e in fatica. Un anno effettivamente guadagnato è un anno di gioco, un anno nel rispetto dei livelli di maturazione individuale, lasciando fare al tempo ciò che è del tempo.

L'immagine è tratta da blogmamma

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mercoledì 11 dicembre 2013

Metafore dell'insegnamento: guidare i bambini, mano nella mano

Ieri durante i colloqui una mamma mi ha raccontato che suo figlio è rientrato da scuola letteralmente
affascinato dal fatto che per scrivere una parolina in corsivo  gli ho preso la mano e l'ho guidato: "Mamma la maestra mi ha preso la mano e mi ha fatto vedere come si scrive, proprio come fai tu a volte". Guidare la mano, con la mano nella mano, mi sembra un gesto molto naturale, nessun altro strumento è adatto a guidare una manina nello scrivere come la mano sicura di un adulto. Il fatto che un bambino se ne stupisca apprezzandolo mi compiace e un po' mi stupisce il suo stupore.
Fin dalla scuola infanzia è necessario guidare gli alunni anche nel disegnare un semplice cerchio, ed è utile e funzionale al rapporto alunno/insegnante, al di là dell'effettiva necessità di insegnare un qualsiasi tratto grafico, è un gesto che abbraccia tutta una serie di messaggi importanti: per guidare la mano di un bambino con la propria bisogna abbracciare il bambino, ma bisogna farlo senza esercitare nessun tipo di pressione perché solo se il bambino collabora imprimendo anch'esso un movimento lo si può effettivamente guidare. Lo si abbraccia senza abbracciarlo, si stringe senza stringere, lo si circonda senza chiuderlo dentro. Il bambino deve sentire la presa sicura nella libertà di movimento. L'insegnante sa cosa fa, sa dove va e il bambino si fida nel lasciarsi trasportare. Mi sembra la metafora più bella di questo nostro magnifico lavoro.


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martedì 3 dicembre 2013

Attività didattica: Quando la pioggia fa paura.

Ogni volta che piove è un batticuore, non solo per gli adulti, ormai. La paura degli eventi disastrosi, vuoi le esperienze, vuoi il continuo riferirne in tv genera nei bambini vere e proprie fobie. Ultimamente mi sta capitando spesso di vedere che mentre siamo a scuola e sta per scatenarsi il temporale alcuni bambini piangono. Nella zona dove si trova la mia scuola capita spesso che  le strade siano invase da fiumi di acqua e conseguentemente lo sono le cantine e le case al piano terra. 
Eppure la pioggia è un fatto normale: lo spieghiamo già in prima con il ciclo dell'acqua, senza pioggia la vita sarebbe destinata a cessare. Nessuna terra può ospitare uomini, piante e animali senza l'acqua. C'è poco da fare, se non cercare di capire e ragionare lucidamente con i bambini, anzi cogliendo l'occasione per fare di loro persone più attente di quanto non lo siano state le generazioni che li hanno preceduti. E in un giorno di pioggia ho raccontato ai bambini che la pioggia, oltre che comunque necessaria, può essere anche divertente, vestiti bene con gli stivaletti, l'ombrello, è bello camminare sotto l'acqua passando per le pozze luccicanti. 
Ora non usciamo più da "un non bagnarti che prendi freddo", "attenta che ti rovini le scarpe", "non toccare ti sporchi", se va bene, altrimenti è "ti prendi le infezioni". 
Quando è quindi che i bambini giocano a fare i bambini tra i bambini, sul serio?

Pioggia
Piove e sul più bello,
di corsa apro il mio ombrello.
Per strada in allegria,
saltello in compagnia.

Invece le nuvole come le rappresentiamo? Non certo come qualcosa di minaccioso e spaventoso, ma con un faccino dolce e affettuoso. Hanno un compito prezioso e  ingrato a sentire tutte le lamentele.
Ed eccole alle nostre finestre, piccole nuvolette azzurre che restituiscono l'acqua sotto forma di goccia o neve, cartoncino, colla, sagome di fiocchi di neve, qualche goccia, del filo e il gioco è fatto.





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giovedì 7 novembre 2013

Le parole sono importanti

Le parole sono importanti, diceva Moretti, nel nostro caso anzi, le parole lasciano il segno. Per meglio dire lasciano il segno a seconda di come vanno a sbattere. C'è il bambino sicuro di sè che, pur accusando il colpo, le parole se le fa scivolare addosso, non se ne cruccia e tira dritto, ma al momento opportuno fa notare che quella parola poco gli è garbata. C'è il bambino che si offende subito e siccome spesso piange ci costringe a chiarire cosa s'intendeva esattamente. C'è poi il bambino insicuro che le parole, specie quelle offensive che suonano come giudizi inappellabili se le mette in saccoccia, ben al riparo da sguardi indiscreti, guarda nel volto in suo interlocutore come a cercare di capire che risposta vuole e incassa. Incassa e conserva. E quelle parole a seconda di chi le ha pronunciate acquistano sempre più valore convincendolo di essere un incapace.
Certo accade anche il contrario ci sono le belle parole, ma quelle le prendono tutti e di fronte alle belle parole e alle cattive parole, di fronte ai buoni giudizi e ai cattivi giudizi, sono i secondi che rimangono più nella memoria.
Dal nostro vocabolario con i bambini, ma anche dagli adolescenti, dai ragazzi e perfino con gli adulti, doveremmo levare quel "Sei... duro, sei cocciuto, non capisci, sei così, sei cosà". Nessuno è in realtà, e un bambino meno che mai, semmai potremmo azzardare che sa "fare", quindi parlare di comportamenti e non di modi di essere della persona.
Ecco allora che possiamo riferici  al saper fare e/o non saper ancora fare, che è poi la caratteristica di chi impara: passare dal fare prima in un modo e poi in un altro. 
Ed è nell'attesa di quell'imparare che richiede, pazienza, costanza, da parte di chi impara, non senza enorme sforzo di autocontrollo da parte di chi insegna e guida, sia inteso, che contano le parole. Contano a tal punto che possono far decidere a un bambino, da sole, se è il caso di continuare a sforzarsi d'imparare o se è il caso di lasciar perdere quasi del tutto.


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domenica 29 settembre 2013

Le verità nascoste

Anche a scuola ci sono verità nascoste, non volontariamente con intento di celare, ciò accade perché i fatti, le preoccupazioni, le ansie, le idee preconcette fanno in modo che gli alunni una volta arrivati a casa raccontino una faccia dell'accaduto e mai tutto. Premesso che ciò è un atteggiamento umanissimo  molte delle cose, del come vengono raccontate, di come sono riportate e ricostruite nel dopo, dipendono dalle domande degli adulti. Con questo non significa che l'adulto sia malevolo nel porre le domande, no, ma solo che c'è tutto un modo sbagliato che apprendiamo tutti quanti fin da piccoli, nel chiedere e nel domandare ai bambini, che ci porta spesso in errore.

Durante i primissimi  giorni di scuola di un bambino, della sua famiglia, dei suoi insegnanti, s'intrecciamo  informazioni, aspettative, paure, ansie, in egual misura distribuite fra le tre componenti. Sotto la lente d'ingrandimento è, giustamente, il comportamento dell'insegnante che a sua volta nel tentativo di aiutare la classe a prendere corpo, pone sotto la sua lente  il comportamento dei bambini, di rimando percepisce atteggiamenti della famiglia, paure, sicurezze, incertezze. 

E' nei primi periodi che si pongono paletti, limiti, regole. Una classe, per come è articolata la nostra scuola pubblica oggi, per il numero degli alunni, per gli spazi, i giusti limiti imposti dalla sicurezza, ma anche per il vasto contenuto prescrittivo che siamo obbligati a fornire, si ritrova "imprigionata" in questa strada obbligata. Va da sé che inizialmente sono più ampi i divieti delle concessioni, più duro il tono della voce, che s'indugi meno nel gioco e nel rispetto dei tempi dei bambini. Non è sempre così ovviamente, ma ci sono momenti in cui è così, quando è necessario l'ascolto, ed è fondamentale che un bambino impari ad ascoltare le consegne di lavoro, i compagni che parlano, l'insegnante. Le regole diventano rigide, e a seconda del gruppo classe che si ha, quasi ferree. 

E capita che un bambino racconti a casa che il maestro o la maestra ha imposto il silenzio, lo ha spostato di banco, lo ha privato di un gioco che lo distraeva. Il bambino usa nel raccontare il termine "sono stato punito", senza la misura esatta del termine punizione così come viene usato a scuola, giacché si presume che a quell'età non l'abbia mai subita una punizione, ma solo perché alla lamentela a casa ha risposto alla domanda degli adulti "Ma l'insegnante ti ha punito?" La sua risposta diviene così automatica e soddisfa subito l'ansia del genitore confermandone timori e paure,. 

A casa, al rientro a scuola quando i bambini raccontano, e qui mi rivolgo ai genitori, è meglio sempre porre domande neutre: "Cosa è accaduto esattamente? "Mentre è successo tu cosa stavi facendo?" "Come sono andate le cose, raccontami dall'inizio..." e mai dire "L'insegnante ti ha punito?" "Cosa ti ha fatto l'insegnante?" che contengono già una risposta implicita. Ovviamente lo stesso tipo di domanda è  efficace anche nel caso in cui l'insegnante ecceda nei modi e nei toni. 
Perché è sempre bene farsi raccontare i fatti e non fornire risposte pronte di rapido utilizzo, che diventano mere interpretazioni e non verità assolute.


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lunedì 16 settembre 2013

Il primo compito

Ma voi, colleghi, ve le segnate le cose curiose che i bambini dicono il primo giorno di scuola? Non solo il primo giorno di scuola ovviamente. Io le segno, le scrivo un po' ovunque, le dissemino nella rete, spero sempre che la schiettezza, la cristallinità, quella luce pulita negli occhi dei bambini, si risvegli nei tanti adulti che l'hanno sedata come se fosse una brutta emozione.

Oggi, primo giorno di scuola della mia nuova Prima, una bimba mi ha chiamata "Signora Maestra", io le ho detto ridendo che l'avrei chiamata "Signorina alunna", poi mi sono avvicinata e le ho suggerito sottovoce di chiamarmi semplicemente maestra o se vuole maestra Rosalba.
Un'altra mi ha detto: "Ah sì mi ricordo di te, sei quella che l'anno scorso mi amava già" e io: "Ah ma non eri tu quella che mi amava già prima di conoscermi?"

Poi c'è questa cosa dei compiti. Voi lo sapevate che i bambini vengono alla scuola primaria principalmente per fare il compito? La fatidica domanda è arrivata oggi dopo meno di un'ora di scuola: "Maestra ma il compito quando ce lo fai fare?" e io ridendo "Ma siete sicuri che volete un compito da me?" 
A parte gli scherzi, il compito che i bambini si aspettano non è scrivere semplicemente il nome, ma copiare qualcosa dalla lavagna, un nome, una frase, qualcosa insomma di formalizzato, di organizzato, che dia l'idea dell'imparare, qualcosa che si fa ex novo che giustifichi il motivo per cui si sta a scuola. 

Allora basta aiutarli a scrivere una semplice frase come "Viva la scuola" per suscitare la percezione del "compito". E sapere che gli alunni di prima il compito lo aspettano e lo auspicano non è una brutta cosa, anzi, significa restituirgli quel significato originario, spesso deturpato da lunghe e noiose polemiche sui compiti a casa. 
Ed significativo come siano i bambini a restituire significato alle cose, alle azioni, ai "doveri" perché un bambino viene a scuola principalmente per imparare, per costruire il suo futuro di conoscenze e in prima ne è consapevole in modo disarmante. Salvo poi che sono gli adulti, in questo caso insegnanti e genitori, con il loro non giungere a un compromesso, a un accordo su come seguire il bambino a casa che finiscono con il trasformare una parola così bella come "compito" in un angosciante tortura. 

E allora viva la scuola e viva il compito. Ma soprattutto, viva gli accordi scuola famiglia che preservano la serenità dei bambini.


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martedì 10 settembre 2013

I buoni propositi

Tutti i lavori basati sull'interazione tra persone comprendono incomprensioni, fraintendimenti, egoismi, dimenticanze, torti, promesse mancate, alleanze disciolte, inimicizia e interessi. Resta inteso che esiste anche l'altra faccia della medaglia ma è quella meno considerata, quella che si dà per scontata. Tra un torto ricevuto e un bel gesto, ricordiamo prima di tutto il primo, rilevandone l'ingiustizia, il malessere, il dispiacere, classifichiamo il secondo tra le cose belle ma di fronte all'impatto emotivo negativo perde di valore, si svuota, mentre il primo tende a gonfiarsi. Pur riconoscendo il valore del secondo, sul piatto della bilancia il primo pesa di più e  condiziona maggiormente le nostre risposte. Sono risposte umane siamo fatti e finiti di sostanza fragile, sia emotivamente sia fisicamente. Gli insegnanti  spesso lo sono più di altri, il nostro lavoro si realizza tramite continui contatti umani: alunni, colleghi, famiglie e società, l'interazione con il resto del mondo è costante, ininterrotta e problematica. Non è neppure facile mettere ordine fra gli input continui che derivano dal nostro lavoro, tenere tutto sotto controllo, trovare risposta per tutto impone ai sensi un continuo stare all'erta che pian piano logora. E logora non sempre in modo consapevole. Logora talmente tanto da stratificarsi nel tempo finendo con il trascinare da un anno all'altro situazioni aperte, conflitti irrisolti e incomunicabilità.

Chi non ha mai detto ai propri alunni, ai propri studenti, di provare a mettere in atto una strategia, di provare a mantenere un proposito, un impegno? Nessuno credo.
La stessa fragilità che riconosciamo agli alunni, che incoraggiamo a superare suggerendo e auspicando un proposito fermo, dovremmo riconoscerla a noi stessi, imponendoci il proposito di chiudere ogni anno scolastico con tutto ciò che ha prodotto, compresi i rapporti umani. 
Non si tratta di un atto di altruismo bensì della volontà di accettare gli esiti dei rapporti umani, di considerarne i limiti e di lasciare aperta l'opzione ripartenza a mentre sgombra. E' più un liberare risorse verso l'attività che una volta arrivati in aula ci assorbirà in modo preminente, quella didattica, il concentrarci nella nostra funzione di facilitatori dell'apprendimento, che rispetto al cerchio dei rapporti che intorno a essa si crea, rimane, qualsiasi cosa accada,  il nostro ruolo fondamentale. 


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sabato 7 settembre 2013

Incontri di continuità e nuovi inizi

Nell'ambito delle attività di  continuità tra i diversi gradi di scuola, almeno per quel riguarda scuola dell'Infanzia, Primaria e Scuola Secondaria di Primo Grado, si stanno tenendo in questi giorni gli incontri per lo scambio d'informazioni sugli alunni nuovi iscritti. In molti casi queste informazioni servono a formare le nuove classi, soprattutto per la scuola Media e nei plessi grossi di scuola Primaria, in altri servono solamente a cedere informazioni  sui bambini per facilitarne la conoscenza.
Credo di averlo già scritto tempo fa: per i bambini, per gli alunni, ogni passaggio di grado è un nuovo inizio. E come ogni nuovo inizio anche ogni bambino, come ogni persona adulta, in esso ripone le speranze, i propositi, la volontà di fare meglio sia se prima non è riuscito, sia di continuare se già si era affermato.
Un buon incontro di continuità, allora, per non tradire i sogni, i desideri, le speranze, i propositi degli alunni che ricominciano non affronta il dettaglio dei comportamenti del precedente ordine di scuola, e confina la conoscenza della persona al momento in cui avverrà, lasciandosi il margine per farsene un'idea personale non inquinata dal passato visto e raccontato da occhi terzi. 
Durante un buon incontro di continuità si parla di ciò che piace agli alunni, si evita il "problematico/non problematico" si evita l'elenco dei difetti (presunti, perché in tre mesi di assenza da scuola gli alunni cambiano e non poco) e si procede con l'elenco delle cose che sa fare (e solo quelle), dei suoi interessi.

Ma soprattutto un buon incontro di continuità lascia intatto, non solo per gli alunni, ma anche per gli insegnanti del successivo ordine di scuola, l'apertura mentale verso di essi, non scalfisce con paure, non insidia con idee preconcette la futura relazione che tra i due si formerà. Un incontro di continuità è più un passaggio ideale di consegne tra chi si è occupato di quei bambini e chi se ne occuperà in futuro. Uno stringere un sodalizio educativo che invece, al contrario, dovrebbe trovare la naturale espansione durante l'anno, quando le situazioni reali si presenteranno e ci sarà davvero bisogno di capire quali strategie si adottavano per venire incontro a quell'alunno, quali risposte sono andate bene per lui e quali no. Un incontro di continuità protratto nel tempo,  dovrebbe essere un dialogo, un affiancamento, nell'ottica dello star bene dell'alunno offrendogli le migliori condizioni possibili, ma anche, e non è un elemento secondario, di sostegno reciproco tra docenti, che senza offrire soluzioni preconcette,  sia di supporto finchè la classe di nuova formazione non ha raggiunto la sua nuova indentità di gruppo.
Ma questa è la scuola dei tagli, e una volta in aula chi si ricorda più della continuità?


Avete esperienze innovative sulla continuità? Lasciate un commento qui, su facebook, twitter o google+


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giovedì 5 settembre 2013

Abiti mentali

Qualche tempo fa ho partecipato a un incontro di formazione fra docenti di diversi ordini di scuola. Si trattava di un incontro dibattito sul bullismo, a un certo punto l'attività prevedeva ci si ritrovasse in un ristretto gruppo di insegnanti, ciascuno a illustrare la propria esperienza. 
Erano presenti insegnanti di scuola Secondaria di Primo Grado e di scuola Primaria, i lavori erano organizzati secondo un preciso ordine del giorno e una scaletta scandiva la sequenza degli interventi e gli argomenti da sviluppare. 
Tutto è filato liscio per qualche minuto quando ad un tratto il numero delle voci si è moltiplicato e tutti parlavano con tutti come in una babele. Mi sono coperta le orecchie come fanno i bambini e ho atteso che le voci si placassero, finita la prima ondata verbale, ho preso la parola come da turno ma con calma per darmi il tempo di ordinare i concetti che intendevo esporre, tempo tre parole sono stata interrotta in sequenza da una domanda e da un collega che ha anticipato le mie conclusioni. A quel punto tutti hanno ripreso a parlare con tutti e pur invitata a continuare sono stata zitta definitivamente ribadendo la mia difficoltà a intervenire mentre altri parlavano.
In quel momento ho fortemente desiderato che lì ci fosse un grande specchio, come quelli dei telefilm polizieschi e che dietro a osservare ci fossero i nostri alunni. 
Così da poterci  osservare e poi toccasse, almeno per una volta, a loro darci un voto in comportamento o in Cittadinanza e Costituzione.


Riflettendo a voce alta, io credo che sia importante da educatori immaginare, anche se quello specchio non esiste, che i nostri alunni ci osservano, sapere che si è credibili quando le regole più che impartite sono applicate senza distinzione alcuna di luogo e di ruolo. Non si tratta di questione di costume o di educazione, e meno che mai di parità non si fraintenda, anzi tutt'altro, è semplicemente una questione di abito mentale e di opportunismo educativo. Lo stesso che ci permette di utilizzare sempre gli stessi codici di comportamento sia che si agisca con gli alunni sia che ci si trovi tra adulti, perché molta della nostra efficacia di insegnanti dipende da quell'abito.


(E' evidente che l'episodio è una ricostruzione, una sintesi di tante situazioni, in cui tanti di noi,  anche non docenti, si riconosceranno)
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martedì 3 settembre 2013

L'accoglienza: l'esame del primo giorno

Accoglienza è una bella parola, si capisce subito che è molto più significativa di ospitalità, non a caso è la parola che caratterizza il rientro a scuola degli alunni, sia di nuovo ingresso sia di rientro da un anno precedente. Accogliere significa portare in sé, portare dentro e rendere partecipi di qualcosa. Non è un caso che a predisporre l'accoglienza dal punto di vista fisico, striscioni, cartelli di benvenuto, attività per il primo giorno, siano proprio gli insegnanti, e più sono piccoli gli alunni più essa arricchita dai colori, ovviamente man mano che si va avanti con i gradi di scuola essa assume connotati meno giocosi. 
E' sull'accoglienza dal punto di vista umano e interiore che mi voglio soffermare, senza riferimenti ad alcuna  specificità, non vi può essere vera accoglienza se non vi è la necessaria disposizione d'animo, se abbiamo paura, se siamo incerti, se siamo insicuri, se cerchiamo di essere coinvolti il meno possibile. E tutto questo è chiarissimo per chi viene accolto: bambini in primis e genitori, seppur spettatori. Il che non significa lasciarsi andare a atteggiamenti melensi, che anzo sono assolutamente da evitare, vuol dire avere piena consapevolezza del proprio ruolo. Il vero protagonista dell'accoglienza non è il bambino, come erroneamente crediamo, pensando che sia sufficiente un po' di colore nelle nostre aule per dire che siamo disposti a occuparci di lui, nel bene e nel male, sia che sia capace sia che non lo sia, il vero protagonista, dicevo, è l'insegnante, è lui che viene valutato sia dagli alunni, sia dalle famiglie se sono presenti. Si tratta, pertanto di un momento delicatissimo quello del primo incontro con i nuovi alunni o quello del ritrovarsi, perché è in quell'istante che si poggiano le prime basi del rapporto. 
Cosa chiedere, allora, a se stessi, e agli altri? Correttezza, determinazione nel sapere e nel perseguire gli obiettivi, flessibilità, pacatezza, riflessività e la capacità di essere resilienti, di sapere, cioè, trasformare sempre una momento di crisi in uno di crescita, di trovare l'aspetto positivo anche nelle situazioni più fragili. Serve anche  riconoscere in sé prima che negli altri la capacità di sbagliare e concepire l'errore come la possibiltà di scoprire cosa è giusto. 
L'insegnante che lascerà queste tracce il primo incontro avrà già costruito una solida base di dialogo prima di tutto con i propri alunni, perché principalmente a essi dobbiamo piacere. Quando i bambini sono soddisfatti lo sono anche le famiglie. E essere soddisfatti non significa che tutto andrà bene, anzi, ma fare in modo che anche nel dirsi le cose spiacevoli non vi siano mai fratture o muri, ma che siano sempre l'occasione per capire, prevenire e costruire.

L'accoglienza non è esclusivamente la festa dei bambini che arrivano chiassosi il primo giorno di scuola e noi che li accogliamo con una bandierina in mano, essa è il nostro biglietto da visita, se si preferisce la carta d'identità. Siamo noi sul palco in quel momento, più di quanto non lo siano i bambini, pensiamo quindi a loro che ci osservano, ci valutano, ci soppesano, si fanno delle aspettative, pensiamo all'esame che noi docenti sosteniamo durante il primo incontro, ricordando che raccontiamo di noi, mentre parliamo, con le parole che usiamo, ma ancora di più con il tono di voce, l'espressione del volto, anche senza volerlo, ciò che siamo veramente.
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lunedì 2 settembre 2013

Colleghi si rientra a scuola!

Dopo una lunghissima e necessaria pausa, dopo cinque anni ininterrotti di attività, questo blog riprende
le pubblicazioni.
Ricomincio anch'io con una prima, come tanti colleghi che quotidianamente ancora mi scrivono e come tanti genitori che iniziano, sull'altro versante, la stessa avventura.
Parleremo ancora di strategie educative, di giochi per imparare in allegria, ma anche di gestione delle dinamiche della classe,  del rapporto con le famiglie e del rapporto con i colleghi.
Come ha scritto  Galatea in queste belle righe, la scuola è circondata da un alone di idee in parte vere e in parte no, vi rimando al suo post dove ha già descritto molto bene una realtà oggettivamente innegabile.
Ciò che intendo aggiungere in queste poche righe è che molto di ciò che si può fare oggi per la scuola dipende dalla volontà del singolo, è tempo di tornare semplicemente alla classe, di attenersi solo a quel che oggi si può realmente fare in aula. Il tempo scuola è stato ridotto drasticamente, tre ore settimanali sono una quantità rilevante di tempo in un anno scolastico, il fondo d'istituto è praticamente prosciugato, non rimangono grandi spazi di manovra per aggiungere progetti di supporto alle discipline e quand'anche ci fossero, di solito sono finanziati in modo irrisorio, già va bene quando si riesce a ottenerne una manciata di materiale di facile consumo.
Nonostante ciò io prenderei questa situazione come un'occasione, una possibilità.
Oggi come oggi, dato l'estremo impoverimento della realtà scolastica, io baderei più agli strumenti culturali che a a tutta una serie di contenuti riversati nelle nostre programmazione negli ultimi anni. Ad esempio farei meno "progetto genitori" e meno feste, più scienze con gli alunni. Farei meno pubbliche relazioni e più "didattica laboratoriale". La scuola forma la persona attraverso l'apprendimento, non si occupa direttamente di aspetti educativi, quali ad esempio il rispetto delle regole, che gli alunni devono già apprendere in famiglia e la cui cura ad essa spetta, al contrario di quanto in questi anni siamo stati portati a credere.
L'unico vero cambiamento che noi insegnanti possiamo imprimere è un nuovo orientamento didattico, che tornando all'essenzialità degli argomenti, così come ci viene obbligato fare perché questo ci impone il tempo scuola attuale, ci permetta di riappropriarci dell'unico vero ruolo che la scuola ha: fare e trasmettere sapere. L'unico vero ruolo che noi docenti non possiamo delegare ad alcuno.
Sapremo fare di questa congiuntura  un'occasione? Sì se pensiamo che la scuola si possa fare con meno schede, perfino meno materiali, senza compresenza, ma anche evitando anche quel continuo piagnisteo a tu per tu con le famiglie che ci rende così inattendibili. Certamente non smettendo mai di rivendicare ma nelle sedi opportune, i collegi dei docenti e i consigli d'istituto, le iniziative sindacali (quando ci sono) che l'impoverimento della scuola è prima di tutto un danno alle nuove generazioni. Dal canto loro occorre che le famiglie prendano coscienza che: sicurezza, tempo scuola adeguato e risorse umane sono essenziali per garantire opportunità educativa e inclusione per ciascuno.

Nella valigia per ricominciare ci deve stare la voglia di divertirsi ancora facendo questo mestiere, la necessaria forza e l'autorevolezza per stare dietro agli alunni, la capacità di dialogare con le famiglie ma anche di saper prendere decisioni a volte controcorrente, il riconoscere umilmente che siamo una parte dell'istituzione e non possiamo proclamarci salvatori della scuola.  L'arretramento della scuola ci suggerisce di tornare a quella serietà professionale e alla compostezza che sono l'unico modo, oggi come oggi, di fare serenamente questo lavoro.
Per dirla in altre parole, cari colleghi, c'è poco da agitarsi, lasciamo da parte i progetti ambiziosi e facciamo coscienziosamente quel che è realmente possibile. Buon anno a tutti.


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lunedì 22 luglio 2013

Il treno già perso e la Carrozza

Il Ministro Carrozza, Repubblica di ieri, sta decidendo di frenare sull'introduzione dei libri digitali, con il probabile blocco fino all'anno scolastico 2015/16, le motivazioni nascono dalla paura di un contenzioso con gli editori, i quali attaccati unghie e denti al vecchio sistema continuano imperterriti a immagazzinare pagine di sapere cartaceo, dalla paura di una scuola tecnologicamente impreparata a utilizzare gli e-book e infine dal timore che troppa tecnologia non faccia bene alla salute degli alunni.
Viene subito da riflettere che a  giugno abbiamo dovuto confermare gli stessi libri di testo da cinque anni a questa parte, che un anno di proroga già adottato dal Ministro Profumo, fosse già una concessione forte agli editori, considerato che l'idea che la scuola non sia pronta per il libro digitale è falsa e fuorviante. Forse non tutta la scuola è pronta ma una parte di essa è in grado di avviare percorsi didattici tramite l'utilizzo degli e-book.

La realtà è piuttosto un'altra: i libri digitali, molti editori, non sanno da che parte cominciare a farli, e a fronte di tanti, docenti compresi, che i libri se li stanno cominciando a costruire da soli, le case editrici continuano a pensare in cartaceo, ferme da oltre mezzo secolo alla didattica del sapere esperto.
E il ragionamento del Ministro, che mi si perdoni ora la facile battuta, con il suo ragionamento orientato più agli interessi di categoria (editori, associazioni dei genitori contrari alle tecnologie) che a quelli della scuola, ci riporta indietro al tempo della carrozza, ora pretendere una Ferrari sarebbe troppo, ma almeno guidare una utilitaria se non una berlina mi pare comunque alla portata della scuola italiana, che, continuerò a scrivere fino allo sfinimento, almeno alla Primaria, è didatticamente messa meglio di come la si racconta.
E questa scuola del 2013, così variegata, così diversa nella sua offerta formativa anche di eccellenza, credo meriterebbe finalmente l'attenzione che i tempi impongono, ma anche la fermezza delle decisioni e il rispetto epr quanto i docenti deliberano nelle sedi collegiali, non si possono come si dice dalle mie parti ancora legare i cani con le salsicce, è tempo di sollevare veti e blindature e consentire almeno a chi è in grado di farlo, di sperimentare.
E sbagliata è pure l'idea che e-book e libri cartacei siano in antitesi, come non erano in antitesi LIM e lavagna di ardesia, e a suo tempo quaderno e computer, chi lo ha lasciato credere, ha di volta in volta tutelato interessi di parte, senza mai porsi la domanda di cosa significhi per la didattica utilizzare entrambi gli strumenti.
Così è pure per il libro digitale, come se il suo utilizzo rarpresentasse il totale abbandono del cartaceo, quando invece per un periodo saremo giocoforza costretti a passare dall'uno all'altro per assestarci definitivamente sul digitale. Forse, perché io non ne sono affatto convinta che si debba finire a una totale predominanza, stante il fatto che ci compete di insegnare non solo contenuti ma anche capacità di utilizzo di strumenti.
Ecco, quindi che rimandare, concedere ulteriore tempo agli editori, o indugiare sui rischi per la salute non confermati da adeguate ricerche, passando ancora una volta sulle decisioni e sulle aspettative  di almeno una parte della scuola,  o concederne altro aspettando la totale digitalizzazione della scuola (con quali soldi, se non ve ne sono nemmeno per l'ordinaria amministrazione?) è una scelta assolutamente controproducente, fuori dal tempo e non di buon senso come si vuole lasciar credere. E il sapore delle decisioni è ancora una volta quello amaro del treno perso, perso per una Carrozza che pensavamo un ultraveloce.
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domenica 9 giugno 2013

Dire grazie

C'è una cosa del quale mi ero erroneamente convinta nei miei primi anni alla scuola Primaria, sarà che la mia prima classe, e per classe intendo i bambini, era stata particolarmente prodiga in riscontri, cioè nel dirmi come e quanto si era trovata bene al mio fianco, che ci ho impiegato altri cinque anni per capire, che non è vero che alla scuola Infanzia sono i genitori a ringraziare e che alla scuola Primaria lo fanno i bambini. Io su questa cosa mi sono enormemente sbagliata. La realtà è molto più variegata e purtroppo parecchio influenzata da mode e modi.
Per ringraziare non intendo affatto parlare di ringraziamenti materiali, sia ben chiaro, ma proprio di chi e come, perché i modi contano sempre,  pronuncia materialmente la parola "grazie" alla fine di un cammino insieme.
Ebbene neppure alla Primaria finiscono con il farlo i bambini, anche se potrebbero. Nella quasi totalità dei casi lo fanno ancora i genitori. E lo fanno a modo loro,  spesso non consultando i bambini, ma decidendo come piace a loro i modi con il quale esprimere la gratitudine per il lavoro svolto insieme.
E allora vorrei dire ancora da qui, come sempre ho fatto in questi anni, quando ho parlato di qualcosa che mi stava a cuore anche in generale senza mai entrare nel merito dei fatti, anzi esprimendo a voce alta riflessioni che i fatti suscitano, che mi paiono comuni a tanti insegnanti,  ma so per certo a una grossa fetta di famiglie, come farò anche questa volta, sulla scorta di quanto mi raccontano tantissimi colleghi e sulla scorta, della mia, seppur breve e ancora immatura, esperienza. Io credo che a dieci anni, occorrerebbe lasciar decidere i bambini, occorrerebbe lasciare che trovino loro il modo di dire grazie se ne hanno voglia, perché non è neppure un obbligo a pensarci bene, perché a scuola Primaria ci sono stati loro per cinque anni e non altri, loro si sono misurati, ma anche "scontrati" con gli insegnanti, a loro quindi, e solo a loro, spetta decidere se ringraziare e come.
Occorrerebbe uscire dall'ipocrisia delle cose fatte per "visibilità" ai quali certi  modi eclatanti per dire "grazie" appartengono, più specchio, a volte, di ciò che si vorrebbe per se stessi, che di ciò che si vorrebbe davvero  fare per gli altri.
Dire grazie agli insegnanti è qualcosa che viene dal profondo, o che non viene per nulla. E in ogni caso non lo si può mascherare dietro nessun costoso regalo, ma neppure nel gesto più nobile, come la donazione, così tanto di moda oggi,  se non viene da dentro. 
La cosa che è più preoccupante constatare è che proprio la scuola, luogo dove dovrebbe affermarsi l'alternativa alla realtà, proprio in funzione educativa, perché no,  diventa specchio di essa, facendosi cassa di risonanza di mode e costumi spesso discutibili, che poco hanno a che fare con il lasciare un buon ricordo di noi stessi.
Dire grazie attiene più alle cose del cuore che alle cose del portafogli. Anche sapersi salutare è un'arte, saper lasciare il segno del passaggio, un'orma lieve che senza affondare, rimanga come traccia dei ricordi dei cinque anni passati insieme.


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lunedì 27 maggio 2013

La pazienza del contadino

Per educare ci vuole pazienza. E non si tratta della pazienza necessaria per non agire d'impulso, sia nelle risposte sia negli atti. Si tratta della pazienza per aspettare di vedere i risultati. Un po', a volerla descrivere con un'immagine abusata, anche se ancora efficace, la potremmo paragonare alla pazienza del contadino che semina. Portare gli alunni alla consapevolezza significa insegnare loro a commisurare ciò che fanno, al risultato e alle effettive capacità. 
Ne abbiamo parlato altre volte quando abbiamo sottolineato come il bambino piccolo attribuisca sempre un alto valore a ciò che fa, e ciò è normale, anzi guai se a  sei, sette anni un alunno sottovalutasse il proprio operato. Mediamente il bambino sereno, ancora preso dal gioco, a quell'età se deve darsi un voto si dà dieci, ed è un bene che lo faccia.
Nel bambino più piccolo capacità e impegno ancora si fondono e quel bravo che noi diciamo per gratificarlo, per far sì che provi piacere ogni volta che s'impegna, spesso al di là del risultato, è per lui un positivo giudizio globale: sulle sue capacità e sull'esecuzione. Si vede così capace perchè siamo noi a mandargli quel messaggio.
Diverso è il caso degli alunni più grandi, a cui mandiamo messaggi più articolati, i quali servono a guidarli alla consapevolezza che il risultato si persegue anche con l'impegno. Impegno che significa in realtà, saper utilizzare le proprie capacità, giacché ognuno deve fare in modo commisurato, non strafare oltre le proprie possibilità ma neppure trascurare.
Quando facciamo l'autovalutazione ogni tanto mi soffermo a chiedere ai bambini perché si sono attribuiti una certa valutazione. Nessuno più in quinta si valuta attribuendosi il voto massimo, ci sono i più prudenti, la maggior parte si attribuisce la via di mezzo, in pochi si localizzano vicino alla vetta, alcuni con cognizione di causa, sapendo bene di avere un buon rendimento, altri, ma proprio un numero residuo, ancora pur non sopravvalutandosi tendono ancora a confondere l'elogio delle loro capacità con il rendimento. 
Una bimba che lo scorso anno tendeva a riconoscersi nella fascia alta, confondendo le proprie capacità con il profitto, quest'anno si è attribuita un voto di mezzo, ho chiesto il perché di questa scelta e mi ha risposto: "Devo riconoscere che non sempre ho studiato e anche quando l'ho fatto non sempre l'ho fatto in modo da essere veramente sicura delle cose".
Io che sono una maestra cattivella ho risposto: "Vedi io queste cose le avevo già intuite, perché è vero che non sempre siamo in forma, e possiamo non dare il meglio pur avendo lavorato, però è altrettanto vero che non si può essere alcune volte dei geni e altre volte non sapere nulla. Questo una maestra dalla sua sedia lo vede benissimo e capisce quando un alunno studia e quando invece no".

Ecco a volte per arrivare a sentire gli alunni parlare così, occorrono anni e tutta la pazienza del contadino che aspetta, con la pioggia, coi temporali, con il sole,  che arrivi il tempo di portare a casa i frutti.
L'educazione, la scuola in genere, mal si sposano con la fretta con il quale oggi si perseguono i risultati. E di questo qualche volta dovremmo domandarci tutti: scuola e famiglia.


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giovedì 23 maggio 2013

BES: Più Piani Didattici Personalizzati per tutti

Prima era handicap, poi si disse diversità, poi diversa abilità ora ci dirigiamo a passo spedito verso i BES. Per il momento si esclude la categoria della gravità e si ricomprende un'ampia fascia di alunni: dagli stranieri, a quelli disagiati socio-economicamente (anche momentanei) passando per i DSA, per i deficit di attenzione, l'iperattività e il funzionamento cognitivo limite.

Tutte queste differenti problematiche, ricomprese nei disturbi evolutivi specifici, non vengono o possono non venir certificate ai sensi della legge 104/92, non dando conseguentemente diritto alle provvidenze ed alle misure previste dalla stessa legge quadro, e tra queste, all’insegnante per il sostegno. La legge 170/2010, a tal punto, rappresenta un punto di svolta poiché apre un diverso canale di cura educativa, concretizzando i principi di personalizzazione dei percorsi di studio enunciati nella legge 53/2003, nella prospettiva della “presa in carico” dell’alunno con BES da parte di ciascun docente curricolare e di tutto il team di docenti coinvolto, non solo dall’insegnante per il sostegno.

Per tutti, al paragrafo 1.5  della Direttiva Ministeriale contenente Strumenti d'intervento per alunni con bisogni educativi speciali e organizzazione territoriale per l'inclusione scolastica, si legge:

Dalle considerazioni sopra esposte si evidenzia, in particolare, la necessità di elaborare un percorso individualizzato e personalizzato per alunni e studenti con bisogni educativi speciali, anche attraverso la redazione di un Piano Didattico Personalizzato, individuale o anche riferito a tutti i bambini della classe con BES, ma articolato, che serva come strumento di lavoro in itinere per gli insegnanti ed abbia la funzione di documentare alle famiglie le strategie di intervento programmate. Le scuole – con determinazioni assunte dai Consigli di classe, risultanti dall’esame della documentazione clinica presentata dalle famiglie e sulla base di considerazioni di carattere psicopedagogico e didattico – possono avvalersi per tutti gli alunni con bisogni educativi speciali degli strumenti compensativi e delle misure dispensative previste dalle disposizioni attuative della Legge 170/2010 (DM 5669/2011), meglio descritte nelle allegate Linee guida.

Non si tratta di fare le pulci a quanto scrive il Ministro, il cui ideale di ricomprendere tutte le diversità è certamente condivisibile, ma di notare, fatto ineludibile per chi la realtà scolastica la frequenta tutti i giorni, come i bisogni di una didattica inclusiva non possano esaurisi nella stesura di un Piano didattico personalizzato, men che meno di gruppo, e tanto meno nell'applicazione della legge 170/2010.

Non mi dilungo oltre a scrivere ciò che per cinque anni ho già scritto in questo blog, anche a proposito dell'idea già timidamente avanzata in passato "tutti diversi, tutti uguali" e che porterà alla fine del sostegno, di cui i BES sono un viatico neppure tanto velato, ma occorre ribadire che l'inclusione, di qualsiasi tipo si tratti, non si realizza a colpi di belle parole o con il cambiamento del Glh in Gli, l'inclusione si realizza con strumenti concreti e nella scuola gli strumenti sono rappresentati dalle risorse, dalle persone, non dai piani o  dagli strumenti dispensativi e/o compensativi, che semmai sono un modo.

Anche perché i primi, se non seguiti da azioni concrete, rischiano di rimanere sulla carta e i secondi significano solo una mera riduzione degli apprendimenti se non sono anche il risultato di un insegnamento personalizzato. A un piano personalizzato, non può che corrispondere, un dettaglio che ancora sfugge, un insegnamento personalizzato, esso sì reale strumento d'inclusione. 
Può spiegare qualcuno come un solo insegnante possa, sia che si trovi di fronte a 18,  23 o 26 alunni perseguire la personalizzazione? 
C'è una sola risposta: con l'utilizzo delle schede come metodo didattico e la drastica riduzione dei contenuti.
Senza contare che, ad esempio, per gli alunni della citata direttiva, con funzionamento cognitivo limite, i più difficili da individuare e i più difficili da gestire didatticamente, ma anche i maggiormente passibili di miglioramento, perché spesso il loro svantaggio si traduce in una forte carenza delle autonomie, ma presentano, come ribadisce anche la direttiva, altre capacità nella norma, sono quelli che necessitano dell'attivazione di "prassi", che stante le attuali condizioni organizzative non sarà mai possibile garantire e per cui la sola stesura di un piano "commisurato" diventa una colpevole sottrazione di apprendimenti.

E' evidente, altresì, che tutto ciò non lo possiamo annoverare tra le novità, in quanto già da qualche anno prevedere gli obiettivi minimi ha significato comprendere categorie di alunni per cui ad un certo punto del percorso scolastico non era più possibile seguire una normale programmazione educativa, ma finora erano casi limite: finché è esistita la compresenza era per tramite di essa che si provvedeva a personalizzare l'insegnamento.
Ora scriveremo un bel piano inclusivo, personalizzato con obiettivi  alla portata dei BES (che brutta sigla) ma non ci sarà nessuno per renderli un diritto.
Il fatto è che non ci rende uguali una definizione, non ci rende uguali un diritto ma ci rende uguali la soddisfazione di un bisogno diverso. E finché le risorse, cioè i tagli delle ore e del personale non cesserà, e anzi la compresenza verrà restituita ai legittimi proprietari, i bambini, non sarà un piano a rispondere ai loro bisogni.


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